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Il problema di una strategia SEO non è Google, è la mancanza di verticalità. 

3 Dadi di legno davanti a laptop ciascuno con lettera SEO

Qualche giorno fa ho letto un articolo pubblicato da HubSpot sul tema della “SEO verticale”. 
A prima vista non mi sembrava dicesse nulla di particolarmente nuovo: parlava di adattare la strategia SEO al proprio settore, di scegliere le parole giuste e capire come si muove il pubblico all’interno di una determinata nicchia. 
Concetti condivisibili, ma che chi lavora nel marketing conosce già bene. 

Poi però, continuando a leggerlo, mi sono reso conto che quel testo nascondeva una riflessione più profonda. 
Spesso, quando si parla di SEO, il pensiero corre subito al sito web o al blog aziendale.
Stop.

Ma oggi l’ottimizzazione non vive più solo lì: si estende a tutti i luoghi digitali in cui le persone cercano, valutano o scoprono un brand: dalla ricerca Google a Google Merchant, fino a LinkedIn e ai nuovi motori di ricerca conversazionali come ChatGPT, Gemini, Claude, Perplexity (qui trovi un’analisi comparativa a riguardo). 

In altre parole, non si tratta solo di “farsi trovare”, ma di essere presenti nei luoghi in cui il tuo pubblico vive e interagisce. 
Ed è qui che il concetto di “SEO verticale” inizia a diventare interessante: non come una formula nuova, ma come un promemoria su cosa significa davvero capire il proprio pubblico. 

Che cos’è la verticalità in una strategia SEO efficace

Oggi la SEO non è più un insieme di regole universali. 
Non basta ottimizzare un sito, scegliere le parole chiave giuste e aspettarsi di scalare le SERP: ciò che funziona per un e-commerce, per una SaaS o per un brand B2B può essere completamente diverso

La verticalità nasce da questa consapevolezza. 
Significa costruire una strategia SEO che tenga conto del contesto in cui ti muovi, del comportamento del tuo pubblico e dei luoghi digitali dove le persone prendono decisioni.

Un’azienda che vende online dovrà ottimizzare per Google Merchant o Amazon.
Una realtà B2B troverà più valore nei contenuti di LinkedIn o nelle conversazioni di settore.
Chi lavora nel retail locale, invece, avrà bisogno di una presenza forte nelle ricerche geolocalizzate

SEO channels

In altre parole, la verticalità è la capacità di adattare la tua strategia al linguaggio e alle dinamiche del tuo ecosistema. 
Non si tratta di abbandonare Google, ma di riconoscere che oggi la visibilità nasce da molti spazi diversi quali motori di ricerca, marketplace, social, piattaforme conversazionali. 

Trovare la tua verticalità significa capire dove si forma l’attenzione del tuo pubblico e come puoi farti trovare lì in modo autentico. 
È smettere di inseguire formule e iniziare a ragionare in termini di pertinenza, contesto e valore. 

Ed è proprio in questo equilibrio che una strategia SEO diventa veramente tua. 

Perché la strategia SEO non basta senza la giusta mentalità 

In Italia molte aziende sono convinte di conoscere a fondo il proprio mercato. 
E forse è vero.

Spesso, però, questa conoscenza resta concentrata in poche persone — figure chiave, manager o imprenditori — che, per mancanza di tempo o priorità diverse, non riescono a condividere in modo approfondito informazioni fondamentali con il resto del team. 
Il risultato è che chi si occupa di marketing o comunicazione finisce per lavorare con dati parziali, intuizioni incomplete o visioni che non rispecchiano pienamente la realtà del pubblico. 

Non è una questione di competenze, ma di mentalità. 
Serve una cultura più collaborativa, capace di mettere in dialogo chi conosce il prodotto, chi parla ogni giorno con i clienti e chi traduce tutto questo in strategia. 
Senza questa connessione, la SEO (e il marketing in generale) rischiano di diventare un insieme di tattiche scollegate, anziché un processo coerente di crescita. 

Parlando con colleghi e professionisti del settore, mi capita spesso di sentire storie simili: imprenditori o aziende che considerano la SEO e il blogging attività troppo lente o che si aspettano risultati immediati senza costruire basi solide. 
È una visione comprensibile, ma limitante: si confonde la velocità con l’efficacia e ci si dimentica che la fiducia richiede tempo, coerenza e ascolto. 

Il problema, quindi, non è la teoria. 
Le strategie esistono e funzionano. 
È la mentalità con cui le si applica a fare la differenza: la fretta, l’autoreferenzialità, la difficoltà nel mettersi davvero nei panni del pubblico. 

Ed è proprio qui che l’idea di una “SEO verticale” trova il suo valore: ci ricorda che la SEO non è una corsa per arrivare primi su Google, ma un processo di comprensione. 
Comprendere le persone, i loro comportamenti e i luoghi digitali in cui si muovono: solo da lì può nascere una strategia capace di funzionare davvero. 

La SEO che parte dalle persone e trova conferma nei dati

Per me la SEO non è una disciplina tecnica, ma un modo per andare incontro ai bisogni delle persone e mostrare come puoi aiutarle a risolverli. 
Non si tratta solo di “scrivere per Google” (che poi è anche una brutta espressione), ma di costruire contenuti e percorsi che rispondano in modo autentico a ciò che il pubblico sta cercando. 

Per questo credo che ogni strategia debba partire dalle persone: dai loro problemi, dalle loro domande, dal linguaggio che usano e dai comportamenti che li guidano quando cercano una risposta. 
Solo dopo arriva la fase analitica, quella dei numeri e dei dati, che servono per validare le intuizioni e capire se stai andando nella direzione giusta. 

In altre parole, prima l’ascolto, poi la misurazione. 
I dati sono preziosi, ma non possono sostituire la capacità di leggere le sfumature umane, ciò che spesso non emerge nei grafici, ma si coglie nelle conversazioni, nei commenti, nei piccoli segnali del pubblico. 

L’intelligenza artificiale, in questo campo, è un alleato straordinario. 
Permette di esplorare nuove combinazioni, analizzare tendenze e generare idee in meno tempo. 
Ma resta comunque uno strumento, non è la mente. È utile, potente, ma privo di contesto se manca una guida umana che sappia dare significato ai risultati. 
L’AI può ampliare la prospettiva, ma è il pensiero umano a darle la direzione. 

La SEO, alla fine, è proprio questo equilibrio: una sintesi tra l’ascolto delle persone e la capacità di tradurre quell’ascolto in strategie concrete. 

La SEO non funziona se non c’è un essere umano capace di leggere ciò che i dati non dicono. 

lente di ingrandimento puntata sull'audience

Come passo dall’ascolto alla strategia

Nel mio lavoro ho scelto di confrontarmi con i professionisti che dialogano ogni giorno con i clienti. 
È lì che emergono le informazioni più preziose: le sfide concrete, le parole che le persone usano, le priorità che spesso non compaiono nei report o nelle ricerche keyword. 
Ascoltare chi si relaziona con il pubblico da vicino permette di dare forma a strategie più realistiche e allineate alla realtà dei consumatori. 

Solo dopo entra in gioco la parte analitica: strumenti come Google Search Console, GA4 o la keyword research servono a verificare e approfondire ciò che è già emerso dal confronto umano. 
I dati diventano una bussola che conferma le direzioni, ma la mappa resta sempre costruita sulle persone. 

Capire il pubblico, alla fine, non serve solo a scrivere articoli migliori: serve a prendere decisioni più intelligenti su cosa dire, dove dirlo e a chi rivolgersi. 
Ogni insight, ogni conversazione, ogni feedback è un tassello che aiuta a raffinare la strategia e a renderla più umana, più vera, più utile. 

E se dovessi riassumere questo approccio in tre principi, sarebbero questi: 

  • Non dare mai per scontato di conoscere il tuo pubblico. Metti costantemente in discussione le tue convinzioni, perché è lì che nascono le intuizioni più utili. 
  • Confrontati con chi interagisce costantemente con il tuo target. Il marketing non si costruisce da soli, ma insieme a chi conosce la realtà sul campo. 
  • Tieniti aggiornato, osserva, adatta. Le persone cambiano, i linguaggi si trasformano e la SEO deve restare in movimento insieme a loro. 

La SEO come conseguenza di una strategia consapevole

Alla fine, credo che la SEO non debba essere vista come un obiettivo a sé, ma come il risultato naturale di una strategia che funziona. 
Una strategia che parte dalle persone, comprende i loro bisogni e si traduce in contenuti, esperienze e scelte tecniche coerenti. 

Il posizionamento non arriva “da sé”, ma è il frutto dell’incontro tra due dimensioni: la comprensione umana e la precisione tecnica. 
Gli algoritmi premiano ciò che le persone trovano utile, chiaro e rilevante. 
Ecco perché una SEO efficace nasce da entrambe le parti: l’ascolto delle persone e l’attenzione alla struttura. 

Forse la lezione più grande di quell’articolo di HubSpot è proprio questa: la “SEO verticale” non è una formula nuova, ma un promemoria. 

È un invito a guardare più da vicino chi vogliamo raggiungere, a capire dove vive il nostro pubblico e come possiamo davvero essergli utili. 

Perché alla fine, fare SEO non significa parlare ai motori di ricerca, ma alle persone che li usano. 
E questo, più di qualsiasi keyword, è ciò che costruisce fiducia e continuità nel tempo. 

Fine del sito, inizio del dialogo.

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Mi fa sempre piacere ragionare insieme.

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